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Noto spesso che noi giovani afrodiscendenti arrivati in Italia da piccoli oppure nati qui abbiamo un atteggiamento a volte riluttante verso i paesi di origine.
Nell’intenzione di mostrarci così integrati caschiamo nel gioco dell’indifferenza verso la cultura dei paesi di provenienza e verso i nuovi arrivati. Cerchiamo di mostrarci diversi da loro per non essere confusi a loro: come richiedenti asilo appena sbarcati.

I NUOVI ARRIVATI 

La verità è che siamo uguali. Sono giovani con la voglia di vivere e alla perenne ricerca di realizzarsi per raggiungere l’aspirazione che l’essere umano ha da sempre desiderato: la felicità.
Magari nelle nostre città e nei nostri quartieri sanno chi siamo e sanno bene distinguerci dai “nuovi”. Ma provate a cambiare città dove nessuno vi conosce, sedetevi sul treno o in autobus. Vedrete che lo sguardo che vi rivolgeranno non sarà diverso da quello rivolto al richiedente asilo.

Chi si sederà accanto a voi penserà con quale mezzo siete arrivati in Italia e quale rocambolesca traversata desertica avrete fatto. Sempre se qualcuno si sederà vicino perché prima si guarderà attorno se c’è già un altro posto libero dove potersi accomodare. 

Se siete vestiti bene e avete in mano l’ultimo smartphone penserà “ecco come spendono i 30 euro”.
Alla fine all’occhio dell’autoctono poco attento non sarai percepito tanto diversamente dall’ultimo approdato sulla nostra penisola.
Quindi dovremmo essere più accorti nel giudizio e non lasciarci trascinare dall’insensatezza di certi connazionali legati ad un concetto di patria che alla fin fine non include neppure noi cosiddetti integrati. Vi preciso che in questa mia affermazione intendo per connazionali sia gli italiani che quelli provenienti dal mio paese d’origine.

SECONDA GENERAZIONE VS PRIMA GENERAZIONE

Infatti il problema della percezione lo vedo anche nei confronti degli adulti di prima generazione oppure di chi ha scelto di venire in Europa solo per lavoro e/o studio e non per costruirvi una vita.
Non so voi ma mi succede di essere giudicata anche da perfetti sconosciuti ai quali non è richiesto alcun consiglio che vedendomi mi accusano di poca considerazione delle proprie origini solo perché “fai cose come i tuoi coetanei italiani”.

Dico questo perché mi è capitato di visitare un museo per una mostra. Uno dei custodi interni era un connazionale il quale vedendomi passare per la seconda volta davanti a lui mi ferma chiedendomi come mai non l’avessi salutato visto che eravamo connazionali. Io lo guardo e gli rispondo che non sono abituata a salutare e fermarmi a chiacchierare con gli sconosciuti qualunque fossero le origini. Non mi sono fermata a chiacchierare con gli altri suoi colleghi che incrociavo nelle sale se non con una per chiedere informazioni di routine.

Ha iniziato ad elargirmi consigli su cosa significa essere senegalesi e mi ha criticato per il fatto che sprecassi i miei soldi per vedere un museo anziché investirli per il paese d’origine.
Perché parole sue “siamo in Italia per lavorare e basta”. Al ché gli dissi “tu, io non sono qui per lavorare e basta io vivo in Italia e me la vivo compreso andare nei musei”.

Il suo discorso mi ha fatto riflettere molto. Nel senso che pure gli africani, ma potrebbero essere qualunque cittadino straniero di prima generazione, hanno un modo di percepirci diversamente.

Pronti a giudicare e a dirci cosa dobbiamo essere. Sono stanca di dovermi spiegare come se dovessi giustificare quello che sono. Sono una afrodiscendente che vive in Italia da italiana e nel contempo sono una africana. Due culture che sono me e non potrei preferirne una rispetto all’altra perché sarebbe come negare una parte di quello che sono.

Vi è mai capitato di vivere un’esperienza simile? Raccontatevi!!! Condividete le vostre reazioni e fatemi sapere i vostri pensieri al riguardo.

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